Padula

Un insediamento medievale
nella Lucania Bizantina







1983 - A. Tortorella
  -"Nel 1086 il signore d'Avena -- oggi frazione di Mormanno a mezza strada da Papasidero, in provincia di Cosenza - Ugo, insieme con la moglie Emma, donò alla Santissima Trinità di Cava (147) il Monastero di San Nicola, quod dicitur de Padula,"
-"E' il San Nicola al Torone, altrimenti detto <<del monasterio>> in relazione alla sua destinazione, che lo distingueva dagli altri San Nicola del paese."
-"Non lasciano dubbi l'essere nominata nel documento l'altra intitolazione, manifestazione d'origine microasiatica, allo stilìta San Simeone e la menzione della regione monastica bizantina - l'eparchìa del Mercùrion -, oltre allo stesso titolo di San Nicola, sull'appartenenza del complesso padulese alla tradizione greca orientale."
-"La donazione alla Badia cavese rispondeva ad un'azione del potere normanno, sostenuto dalla Chiesa di Roma, volta contro la preponderanza di monaci greci in una vasta area meridionale, i quali rappresentavano per i nuovi signori il pericolo di mantenere il territorio e le popolazioni, anche dopo la caduta di Bari e del Catepanato, nella sfera d'influenza, soprattutto religiosa e culturale, bizantina."



 

IL VALLO DI DIANO



1982 - P.P. Fabiano
  -"Certamente insediamento sopravvisse e si consolidò e\o ristrutturò con la dominazione romana quando assunse la dominazione di Cosilinum."

-"L'altro insediamento nel territorio di Padula di cui ci giunge notizia, è Marcellianum.La sua origine, con molta probabilità, è da metter in relazione alla nascita del battistero di S. Giovanni in Fonte ed al consolidarsi della fede cristiana nel Vallo di Diano. Certo è che questo insediamento si sviluppo nel medioevo quando da qui una strada si biforcava dalla consolare per Grumentum."

-"Alla nascita di Padula certamente non furono estranei i monaci bafiliani, come stanno a testimoniare la cadente chiesetta di San Nicola alle Donne ed i ruderi dell'antico monastero di San Nicola al Torone. Questo nell'1086 fu ceduto alla badia di Cava e divenne uno dei capisaldi dell'espansione benedettina prima della nascita e del consolidamento della Certosa."

-"Alla distruzione dei pochi avanzi di S. Nicola al Torone penserà la spaventosa cava ormai prossima alle sue fondamenta, e dalla quale nessuno degli innumerevoli cultori della Certosa e delle notevoli risorse culturali di cui dispone Padula sembra, stranamente, accorgersi. D'altra parte la Certosa oramai soggiace più al peso delle parole e degli apprezzabili intentii per attribuirgli una confacente destinazione d'uso che all'ingiuria del tempo e dell'abbandono."
 
 



PADULA

PRIMA E' DURANTE LA CERTOSA





1996 -Amici del Cassaro
 

-"Quattro erano i conventi presenti sul territorio di Padula: Sant'Agostino, l'unico posto all'interno della cinta muraria del paese, San Francesco, San Nicola al Torone e, infine, la Certosa di San Lorenzo.

Di San Nicola al Torone esistono oggi soltanto pochi ruderi dei muri perimetrali, a ridosso della località chiamata Villaggio Arena. Più antico degli altri tre era stato fondato tra il IX e X secolo ma ben presto cadde in lento ed inesorabile abbandono. Nel novembre del 1086 esso fu donato da Ugo d'Avena alla dadia della SS. Trinità di Cava. Nella chiesa si celebrava appena una volta alla settimana la messa ed era tenuto in commenda da chierici secolari. Nel 1538 l'ultimo degli abati commendatari, Giovanni de' Balsamo di Padula consegnò San Nicola al Volere del pontefice Paolo III il quale lo concesse alla Certosa di San Lorenzo, che ne mantenne il possesso fino alle soppressioni del 1807."

 




LA CERTOSA DI PADULA

LIBRO QUARTO - CAPITOLO III

Consilino - Marcelliana - Badia S. Nicola



LUOGHI della storica zona trovansi tutti in continuazione: quello di Atena e quello di
Sala confinano con San Giovanni in Fonte;
e questo, che ricorda Marcelliana, é appena
diviso dalla Civita, già sede di Consilino,
per mezzo della Certosa e di Padula.
Chi visita il luogo, in cui ebbero vita le due antichissime città, incontra a mezza via
S. Lorenzo con 1'abitato padulese, giacché il
monastero ha a nord-ovest S. Giovanni in Fonte,
la cui plaga è attraversata dall'antica via Popilia;
e verso oriente, come già si è detto, la Civita.
 
L'antichità remota delle due città non perde affatto d'interesse nel medio evo, nel quale sono esse, a dir così, ricongiunte a noi per mezzo della fede.
Invero Marcelliana continua ad interessarci in quel periodo per mezzo della commenda dell'ordine secolare dei cavalieri Templari, i quali, come si è già accennato, ebbero sede in S. Giovanni in Fonte, molto dopo la distruzione dell'antica città; e Consilino per mezzo della famosa Badia di S. Nicola al Turone, eretta su d' un colle, che può dirsi incastrato fra la Civita e Padula.
Nè è da omettere che S. Nicola probabilmente usò, o certo raccolse almeno tra le sue monastiche mura frammenti di Consilino, trasportati dalla Civita e dai suoi dintorni, e che non tardò ad essere incorporata alla nostra Certosa, ed a formar parte della sua estesa proprietà.

1880 - ( Mons. A Sacco )






La Certosa di Padula
LIBRO VI
Capitolo VII.

BADIA DI S. NICOLA AL TORONE
LE ORIGINI - COMMENDATARII, E GIOV. BALSAMO - BASILIO DA URBINO.
PAOLO III ANNETTE S. NICOLA ALLA CERTOSA.
CONFERMA di GIULIO III - ABATI ANTICHI: STEFANO; ROBERTO DE GRIFO
BENI e FABBRICHE. DECADIMENTO - CHIESA - SUE VICENDE - AMENITA' DEL SITO
PORTA ESTERNA - LE OPERE PERDUTE



A BADIA di S. Nicola di Padula, detta pure S. Nicola del Turone o al Turone, o Torone, chiude nel presente periodo la serie delle annessioni di antichi monasteri alla certosa di S. Lorenzo.
S. Nicola al Torone equivale a S. Nicola al Colle o al Monte (150). La parola, derivata dal basso latino, era ben compresa, perchè di uso non raro nella contrada, come è attestato dalle carte, che abbiamo sott'occhio (151).
- Al lettore è già elementarmente nota l'origine di S. Nicola, essendo la sua fondazione coeva di S. Maria di Cadossa, fatta dallo stesso benefattore Ugo, nel secolo XI, ed a favore dello stesso Pietro abate cavese (v. alla. cit. pag. 82).
- Sono pure quasi le medesime, che abbiamo viste per Cadossa, le cagioni dell'annessione di S. Nicola, identici gli oneri imposti alla Certosa succeduta agli antichi abati. Invero le cause, che indussero alla incorporazione, furono queste: il monastero, da molti anni, non aveva più convento monastico, ed era tenuto in commenda da chierici secolari; le fabbriche erano malandate, onde il bisogno di necessarie riparazio2ni; nella chiesa si celebrava messa appena una volta la settimana;

mentre la badia era vicina a S. Lorenzo, ove era degnamente esercitato il culto divino, e si facevano molte elemosine. Oneri imposti: la Certosa, ottenuta l'incorporazione, avrebbe mantenuti alcuni frati dell'ordine nella badia; avrebbe fatto celebrare quotidianamente la messa nella sua chiesa; avrebbe ristorato gli edificii, onde il divin culto vi si fosse potuto esercitare con decoro.
- Inoltre, essendo la badia sita in un colle elevato, ameno e salubre, poteva servire, dicevano il priore ed i monaci di S. Lorenzo, per ricovero dei religiosi, che si fossero ammalati in S. Lorenzo a causa dell'inclemenza del clima della Certosa, imminente al piano della sottoposta valle acquitrinoso per molti mesi dell'anno (152).
- S. Nicola al Torone, a causa del suo decadimento, ebbe sorte eguale a Cadossa: quindi divenne presto anch'esso commenda.
- L'ultimo degli abati commendatarii fu Giovanni de Balsamo di Padula: questi, che da poco era stato investito della commenda (153), per mezzo del suo procuratore Basilio da Urbino certosino fece la risegnazione di S. Nicola in mano del pontefice; e Paolo III, con bolle del dì 13 aprile e del 12 novembre del 1538 lo concesse alla Certosa (Doc. XXXIII e XXXIV) (154). Le bolle pontificie ci danno pure la rendita della commenda; ma in modo molto approssimativo, calcolata in fiorini o ducati di camera (155).
- La Certosa prese possesso di S. Nicola nell'anno stesso dell'annessione pontificia, nel quale ottenne pure dal governo vicereale la regia conferma (156).
- Non so se il possesso di S. Nicola sia stato pacifico per la Certosa fin dal suo principio. Però, pacifico o contrastato, che fosse stato il possesso della nuova badia, il priore ed i monaci credettero almeno opportuno, se non necessario, assicurarne la proprietà alla Certosa: laonde ottennero dal pontefice Giulio III, nel primo anno di pontificato, la conferma tanto di S. Maria di Cadossa quanto di S. Nicola di Padula, il dì 21 giugno del 1550 (Doc. XXXV) (157).

- Dopo l'origine accertata di S. Nicola, nulla sappiamo della vita della badia; non si sa neppure qual sorte abbia avuto il suo archivio (158). Nel secolo di fondazione della Certosa, sappiamo da una bolla del pontefice Gregorio XI che, essendo morto l'abate Stefano, questo papa nell'anno quarto di suo pontificato, da Avignone, ove tenne la sua sede quasi fin presso la morte, elesse abate di S. Nicola Roberto de Grifo (1374) (159). Roberto era monaco del monastero di S. Stefano di Marsico (160): e come uomo eminente per pietà, zelo e dottrina, fu molto commendato al papa da Tommaso Santomango, vescovo di Capaccio (Doc. XXXVI) (161).
- S. Nicola, anche dopo diventato monastero certosino alla dipendenza di S. Lorenzo, non ebbe nè conservo la fama, tanto nel lato morale quanto nel materiale, che conservò il coevo Cadossa fino all'ultima soppressione. Le cause principali della inferiorità possono essere varie; quali la natura non feudale dei diritti di S. Nicola in confro2nto di quelli di Cadossa, la minore estensione dei suoi poderi, compreso, credo, quello, in cui siede la badia stessa. Forse alle altre ragioni sono da aggiungere la stessa gran vicinanza di S. Nicola alla Certosa ed all'abitato di Padula, e la presenza di altri monasteri, possidenti o mendicanti, posti entro od intorno all'abitato di questo comune.
- Tuttavia, sebbene nelle bolle di annessione non si trovi descritta la proprietà dell'antica badia, è noto, per altre carte, che la badia era circondata da un grande podere di terre colte ed incolte (162): altri beni di sua proprietà trovansi sparsi qua e là nei comuni circostanti, cioè in Montesano, Casalbuono, Buonahitacolo ed alcuni anche in Padula (163).
S. Nicola vedesi torreggiare su di un colle, che di tanto si leva sul piano della valle, per quanto rimane inferiore all'altura della Civita. II colle tocca, colle sue falde, le case di Padula poste nel piano: propriamente tocca la contrada di S. Francesco verso ovest, e le falde della Civita nel lato opposto (V. la Fig. 5 a pug. 215 del vol. I, e in questo volume la carta alla Tav. III).
- La badia pertanto dista poche centinaia di metri dal1'abitato, mentre rimane lontana non più di un chilometro dalla Certosa. II colle alle sue basi è circondato da strade, che menano alla Civita ed altrove, e si eleva al biforcamento delle due strade principali, che a questa conducono dal piano. La badia non occupa il culmine del colle, ma ad esso rimane prossima, verso il settentrione, in felice posizione, a vista di Padula e dei monti soprastanti , tutti parte della catena appenninica.
- S. Nicola rimane il più antico edifizio in vicinanza della distrutta Consilino: ora in parte è distrutto anch'esso. Ne restano nondimeno avanzi sufficienti a testificare il suo passato; ma in continuo cammino verso la completa rovina, causata dalla natura e dagli uomini. L'intero edificio è di forma rettangolare, con lievi sporgenze esterne. Precede un cortile di simil forma, chiuso nel davanti da muro, nel quale si apre l'ingresso decorato da elegante portale in pietra, e negli altri lati dai tre corpi di fabbrica costituenti la badia. Quello di fronte alla porta e quello a sinistra erano adibiti alle abitazioni e agli altri bisogni del convento; quello di destra veniva occupato dalla chiesa e dal campanile con gli edifici inerenti (v. la Fig. 13 a pag. 120).

- Quando, or son molt'anni,io visitai le antiche fabbriche, era diruto tutto il lato di sinistra; del quale la metà prossima all'ingresso vedevasi posteriormente adattata per fienile. Rimaneva ancora coperta da tetto ed adibita ad uso colonico e pastorizio, la parte media del lato di fronte all'ingresso, giacente tra le rovine di sinistra e quelle di destra, fin presso il campanile. Questo e la chiesa, con tutto il lato destro, avevano sofferto i maggiori danni dal terremoto del 1857. Pertanto, la parte tuttora coverta da tetto è la minore, un terzo in circa di tutto il fabbricato. La pianta, sempre ultima a scomparire, era tutta riconoscibile, ed il lacero campanile rimaneva ancora parzialmente in piedi, esempio delle più antiche fabbriche del monastero (164).
- La fig. 14 (p. 122) presenta il prospetto esterno generale della badia; le altre figure in fine dei capitoli seguenti (17, 18, e seg.) danno varie parti del cortile (165).
- Macerie accumulate qua e là, ortiche, rovi e financo alberi cresciuti in mezzo alle antiche costruzioni, annose edere inerpicatesi ad imprigionare i cadenti ruderi. A dirla in breve, lo squallore, la desolazione copre ogni cosa: mentre il sole dall'alto entra a dar vita alla rigogliosa vegetazione del1e camere or prive di tetto, un dì asilo pacifico di monaci intenti allo studio, alla meditazione, alla preghiera.
- Aggiungo qualcosa di particolare sulle fabbriche, massime per coloro, i quali, di qui a non molto, potranno vedere ancora molto meno di quello, che ho potuto vedere io.

- Nel mezzo del lato sinistro vedesi addossata al camerone, ora addetto a fienile, una fontana costruita in pietra e mattoni, e formata da una nicchia incavata nel muro in mezzo a due pilastri: la trabeazione superiore, ovvero una semplice cornice di coronamento è andata distrutta. La fontana non ha nulla d'importante, nè per materia nè per disegno; ma va additata all'osservatore la pietra pentagonale, messa a far da bocca, onde l'acqua un tempo si riversava nella sottoposta vasca. E' una scultura antica rappresentante una testa feminea velata, collocata entro un archetto a pieno centro sotto i due lati superiori del pentagono, che incontransi ad angolo ai guisa di frontoncino. Probabilmente la scultura in origine, fu posta ad ornare un sepolcro. Rappresentò dunque la morte, poi la vita, dissetando i vivi; ora è tornata alla morte per la privazione dell'acqua alimentatrice (fig. 13. C, qui e 18 a pag. 130)

- La chiesa è la parte maggiormente rovinata; al che avranno potuto contribuire la sua più remota antichità e la caduta del campanile. La pianta è un rettangolo, coi lati maggiori approssimativamente doppii dei minori. La porta principale, esterna, è in uno dei lati minori del rettangolo della pianta, ed è volta al prospetto principale della badia, cioè verso il muro che chiude il cortile nel davanti. Nel lato opposto giace l'unico altare, isolato ed abbastanza lontano dal muro del fondo. La chiesa comunicava pure con la badia per altre porte, tra cui una ancor visibile nelle rovine, aperta a sinistra, nel basso, per comunicare col cortile, ed altra simile a destra, oltre l'altare, per accedere al coro agli edifici dipendenti della chiesa.

- Le mura della chiesa, grandemente rovinate, levansi poco dal pavimento, tutto coperto di macerie, di erbe, di arcuati; un noce cresciuto nel lato del corno dell'epistola, adombra tante rovine. Perciò null'altro può dirsi presentemente: certo il sacro edificio avrà avuto quadri ed altre opere d'arte periti o tolti alla caduta del tetto per salvarli dalla rovina. Appena rari frammenti d'intonaco, tuttora aderenti alle pareti, attestano sicuramente, che l'interno della chiesa fu alterato da stucchi messi a coprire l'antica semplicità del luogo nel tempo di maggior furore del barocco. Pertanto la decorazione interna di questa chiesa ha corso sorte eguale a quella di Cadossa.


- Meglio di ogni altra parte, ci conserva il tipo degli stucchi una nicchia incavata nel muro laterale di fronte alla porta, che mette al cortile, contenente la statua, pure in istucco, del santo vescovo di Mira, titolare del monastero e della chiesa, più noto sotto il nome di S. Nicola di Bari (166).





In chiesa trovasi pure, nella parte inferiore, una mensa sostenuta da due grifi di antica scultura. Probabilmente tanto i grifi quanto la testa della fontana e altri marmi provengono dalla vicina Civita, avanzi della vetusta Consilino; ovvero, anche più probabilmente, sono venuti in luce sul luogo stesso, gia parte di edificii suburbani della distrutta città (167). S. Nicola così mantiene e continua nel medio evo la memoria di Consilino. Nuova prova che il suolo, su cui seggono Padula e la Certosa, è tutto storico, quindi sacro alle ricerche del l'archeologo e dell'artista (Vol. I, pag. 2 13).
- Nessuna scritta, nessuna data s'incontra in tutto 1'edificio; laonde soltanto interrogando le fabbriche può ricostruirsi la sua storia. Se si facesse lo sgombro delle macerie accumulate, forse il pavimento darebbe lapidi sepolcrali o altre epigrafi, che potrebbero dar lume in tanta, oscurità. Probabilmente verrebbero in luce anche epigrafi di epoca romana o preromana, trovate e adoperate nel medio evo o più tardi. Mi auguro, che un diligente scavo sia presto fatto.

- I1 maggior cumolo di macerie, di rovine, trovasi alla base del campanile, eretto in capo alla chiesa, nel fianco, e proprio al corno del vangelo, tra la chiesa e la badia, quasi nel mezzo del lato più lungo delle fabbriche volte verso la china del monte. Internamente il campanile giace nell'angolo destro del cortile, di fronte all'ingresso (168). E' di stile romanico; quindi può asserirsi, che sia la fabbrica più antica del monastero, arrivata attraverso i secoli fino a noi, assai malconcio, ma senza aver patito alterazioni.
- Presenta ora tre piani : il primo è in parte sotterrato dalle rovine; il secondo, all'esterno, non è diviso dal piano inferiore da cornice o da alcuna zona orizzontale sporgente; il terzo, mutilo nell'alto, lascia argomentare, che forse esso già sopportava altri piani, scamozzati per terremoti, o almeno che aveva un coronamento. Il secondo piano, che è pure il più alto ed il meglio conservato, si distingue per una pregevole finestra bifora, ad archetti a pieno centro, secondo lo stile del periodo romanico. Il grazioso capitello della colonnina è ornato nella fronte da bella foglia triloba e da testine al posto solito delle volute o foglie con gemma. Nel largo campo tra la finestra e la soprastante cornice divisoria dei piani è una semplice feritoia. A1 terzo ordine la finestra è rotta nell'alto e mutila nella colonnina. Ma era bifora come la precedente; il che è rivelato pure dal principio degli archetti, i quali, dal pieno muro incurvansi verso la colonnina centrale, ora rotti nel mezzo, al pari del soprastante arco scaricatore.
 

- A S. Nicola solo una cosa non ha potuto distruggere nessuno, la mirabile veduta, che di là si gode.
- Gli antichi cenobiti certo avevano compresa 1'amenità del sito. Invero, nel lato maggiore del fabbricato, quello opposto all'ingresso, è ancora visibile all'esterno una sporgenza di fabbrica a pianta quadrata, scoverta, a guisa di terrazzo, oggidì reso impraticabile da fratte e da tenaci edere, onde vedesi interamente coverto. Era stato fatto per godervi la bella veduta. Ma la badia, anche negli altri lati, intorno intorno, dovunque, ha vedute stupende.
- Volgendo lo sguardo prima verso occidente, indi girandolo verso settentrione, si presentano la Certosa tutta schierata in bel panorama, seguita dalla parte piana dell'abitato con S. Francesco: indi, verso destra, le balze orientali di Padula, coronate dalle abitazioni più antiche, il Castello in alto con le dirute mura, e più in giù l'abside della chiesa di S. Agostino con la contigua casa comunale. Poscia i monti da S. Nicola ascendono con S. Angelo è Monte Melone fino alle sommità appenniniche, costituenti il dorso esterno dei bacini di Mandrano e di Mandranello. Verso oriente, i resti dell'antica Consilino, con le mura ciclopiche, e la Civita sormontata e resa più evidente dalla cappella del S. Sepolcro. Finalmente, completando il giro verso il mezzodì e più oltre, si presenta il piano della valle, finchè l'occhio, in lontananza, va a posare sul baluardo splendidamente scenico del gruppo degli Alburni.

 


- La gemma d'arte, attestante il buon gusto dei monaci e degli abati di S. Nicola, come il gusto del tempo, in cui essa fu lavorata, è la porta esterna, onde si accede, nel cortile, alla badia. Eretta in mezzo al muro di cinta, che si protende a chiudere nel davanti il cortile, tra il braccio di fabbrica di sinistra e la chiesa, si presenta nel più pretto stile del primo rinascimento. Consta semplicemente degli stipiti con l'architrave, su cui s'impone immediatamente la cornice terminale, senza fregio interposto tra i due membri architettonici. Architrave e stipiti sono ornati dalla solita gola caratteristica dell'epoca. L'opera trovasi in stato di sufficientemente buona conservazione, se si eccettua lo spostamento di alcuni pezzi, causato, per le intemperie continue, dalle scalcinature del muro, entro cui è incastrata. Intemperie e colpevole abbandono, che da molto tempo minano, con la porta, l'intera badia, massime la parte da molto tempo priva di tetto (cit. fig. 15 e 16) (169).
- La porta ha il principal suo pregio nelle bellissime mensole, che legano elegantemente negli angoli le linee verticali con l'orizzontale, cioè gli stipiti con l'architrave. E' composto ognuno di una voluta ornata di rosette nell'occhio dei due cartocci della fronte, con balaustro nel cartoccio superiore. Sotto della voluta, sino al balaustro, s'incurva mollemente la foglia di acanto. I modiglioni specialmente ravvicinano per epoca, quindi per stile, questa porta a quella della chiesa della Certosa: l'una e l'altra sono di perita mano, rivelando un'arte molte gentile, caratteristica del primo rinascimento. Non è improbabile, che siano ambedue opera dello stesso artefice.
- La porta di S. Nicola poi, senza dubbio, è l'ultima opera fatta nel quattrocento dai monaci della badia, prima che essa fosse passata alla Certosa e come il campanile è la prima pagina della storia della fabbrica, la porta ne è l'ultima, avanti all'incorporazione a S. Lorenzo. Dopo questa epoca S. Nicola non si accrebbe più di opere importanti: cominciò per esso prima la semplice accurata conservazione, indi, nel decorso secolo, il celere decadimento, onde si trova ridotta nello stato presente.

- L'altare isolato, a notevole distanza dal muro di sfondo, mostra apertamente, che da quel lato, in capo alla chiesa, doveva essere il coro per la salmodia dei monaci. È il coro dai tre lati addossato alle pareti, posto tutto dietro l'altare per l'uso monastico. Neppure un fuscello rimane a ricordo degli stalli dell'antico coro, che certo vi era. Essendo stato esso contemporaneo della porta della badia, noi dobbiamo rimpiangere la perdita di una perla d'arte. Se il tempo non ce lo avesse invidiato, avremmo avuto a S. Nicola un altro coro sfolgorante di sculture e di intarsìi, come i due, che ancor ci è dato ammirare nella Certosa, e come gli altri, onde si abbelliscono Napoli e Capua, per ricordarne soltanto alcuni (170).

- Pertanto, dopo il campanile con le sue bifore, rimane la porta sola, indice della miglior arte, che un giorno fiorì nella badia, come in tutta Italia. La porta di S. Nicola, meno ornata di quella della chiesa di S. Lorenzo, ma coeva e in tutto simile per tipo, pare che rimanga là a mostrare, che la vetusta badia di S. Nicola per il tramite dell'arte, e della più bell'arte, già stendeva la mano alla Certosa poco prima, che per la bolla di Paolo III fosse ad essa unita ed incorporata.
- Con S. Nicola al Torone probabilmente si connette una proprietà, che è pure un santuario ed uno dei monumenti più singolari e degni di nota in tutta la plaga circondante la Certosa. Nel monumento poi si rivela il nome d'un Brancaccio, il quale forse è uno dei più recenti abati, che han tenuto il monastero in commenda, prima della sua annessione a S. Lorenzo. Ma di ciò è più opportuno tacere per ora, e discorrerne invece nel libro ottavo.




NOTE




(150) Du Cange, che vuole derivata la parola dal gallico Tourion, dice: Toro, Toronus, Torus, Turo, Turonus, vale colle aguzzo e rotondo; e ne adduce esempii in: "Castrum aedificavit, cui, quondam in monte erat excelso admodum et cacuminato, nomen indidit Toronum ". " Sicut via ascendit sursum ad Turonem altura, qui est supra mare". Op. cit. vol. VI, pag. 615.
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(151) Nulla di meglio che spiegare la parola Torone con le carte locali, e, quel che è più di tutto, con il cartaio della della Certosa medesima, divenuta quindi proprietaria così di S. Nicola, come di Cadossa. In uno degl'inventari di questa badia ( doc. XXVII) si legge: " In lo ponte del spitale alias Terone"; come è già detto innanzi alla pag.104.
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(152) E' curioso il modo onde il Tromby interpreta qui la bolla: < Ritrovandosi la Certosa in un clima troppo cattivo, il più delle volte non si maturavano i frutti,onde pregavano concedergli, ecc.>
- To. X. P. 130. Ciò, è opportuno notarlo, non è detto dalla bolla.
Non pare che il clima della Certosa sia stato proprio insalubre, pure ammettendo, che doveva esser molto migliore quello più elevato di S. Nicola. Alle parole della bolla va dato il debito valore: la ragione del clima è addotta dai monaci; e chiunque vuole ottenere qualcosa moltiplica e ingrandisce i motivi, caricando la tinte nello esporli.
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(153) Il Tromby, a.pag. 130 del Tomo X, dice che il De Balsamo si risolvette alla risegnazione <dopo alquanti anni di possesso>; mentre la prima bolla, data nel doc. XXXIII, dice che egli < in commendam nuper obtinebat> S, Nicola; e la seconda (doc. XXXIV), come trascrive lo steso autore, dice <in commendam ruper obtinebat >. S. Nicola; e la seconda ( doc.XXXIV), cone trascrive lo stesso autore, dice < in commendam tunc obtinebat>.
Pertanto delle varie pressioni l'una vale l'altra; e se ne inferisce, che il commendatario Giovanni non aveva ottenuto da molto tempo la commenda.
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(154) La bolla d'incorporazione é quella del 13 aprile. Ma siccome si era riferito, che la rendita annua della badia non eccedeva quaranta ducati d'oro di camera, e ciò non era esatto, perche la rendita arrivava a cento ducati, così la Certosa ne ottenne la sanatoria con conferma per mezzo della seconda bolla in data del 12 novembre. La cosa non é nuova neppure in questa storia, come dal documento XII precedente, dato per S. Maria di Cadossa.
Le due bolle non, si trovano nel bollario di Paolo III; ma esse sono esattamente riassunte nella seguente bolla di conferma di Giulio IlI conservata nell'archivio vaticano (Doc. XXXV).
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(155) Più volte abbiamo incontrato (ed incontreremo) nei documenti il fiorino ed il ducato di camera nel discorrere di Cadossa. Il ducato era proprio della repubblica veneta, il fiorino della repubblica. fiorentina, Quando la camera apostolica, cioè la tesoreria pontificia (è noto il significato di camera in questo senso, coi derivati camerale, camarlengo camarlengato, cemerlengale) conió queste monete, le fece approssimativamente uguali a quelle dei governi, ove già erano in uso. Ciò facilitava il commercio, gli scambii e le relazioni fra i diversi stati.
II ducato d'oro coniato dalla camera apostolica verso il principio del secolo XVaveva l'effigie, intera, di S. Pietro e S. Paolo, ed il peso di circa grammi 3,35. II fiorino d'oro, coniato dalla medesima camera nella fine dello stesso secolo, recava l'effigie di S. Pietro pescatore, cha tira la rete nella barca, e dl peso fu eguale al ducato, con una lieve differenza in meno; differenza talmente piccola, che nel computo non se ne teneva conto: laonde ducato e fiorino d'oro erano la stessa cosa. Ne sono prova evidente anche i documenti del presente libro, XI, XII, XXXIII, XXXIV e XXXV, nei quali sono nominate le due monete, e trovansi ducato e fiorino scambiati indifferentemente.
Il valore del ducato e del fiorino d'oro di camera puó valutarsi a circa lire 10,50 della nostra moneta corrente. Talché il ducato d'oro di camera equivaleva a circa ducati due e mezzo di argento del regno napoletano, moneta risultante di dieci carlini, più e più volte incontrata in queste pagine.
Il ducato o fiorito fu battuto dal senato romano dal 1350 al 1439 in circa.
V, Vincenzo Capobianchi. Appunti per servire all'ordinamento delle monete coniate dal senato di Roma da1 1184 al 1489, ecc. 1896; e (autorevole Giuseppe Garampi, Saggi di 0sservazioni sul valore delle antiche monete pontificie. L'opera è senza frontispizio, e senza data, essendo incompleta, come dice il Moroni (op. cit. XXVIII, 169), - Il cardinal Gius. Garampi nato nel 1725, fu prefetto dell'Archivio Vaticano, e fu creato canonico di S. Pietro da Benedetto XIV, arcivescovo da Clemente XIV, e cardinale da Pio VI nel 1785.
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(156) Nel Cenno storico della fondazione, inserito nello già citata Sentenza della Commissione feudale, si leggono queste parole:
< Fra le donazioni merita di essere specialmente esaminata quella che fu fatta dall'abate di S. Nicola del Torone D. Gio. de Balsamo, che poi fu Priore della Certosa, nel 1538, dell'Abadia di 5. Nicola >.
< Di questa donazione non esistono altri documenti, che alcune bolle di Pontefici, che 1a confermano e duo Istromenti del possesso preso dalla Certosa di detta Abadia, con inserta forma della Bolla di Papa Paolo III, come anche del regio exequatur; quali Istromenti sono stati stipulati da Not. Gfo. Pietro Menchiuto della Padula nel 1538, l'uno alli 16 e l'altro alli 17 di ottobre >.
Questo cenno è di molta importanza, massime per la deplorata mancanza di carte, che forse non potranno più aversi.
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(157) Fortunatamente mi é dato riscontrare questa bolla nell'archivio vaticano. Quanto alla trascrizione fattane dal Tromby non é da tacere, che egli, pur facendola con insolita, sufficiente esattezza nei particolari, la dice di Paolo IV tanto nel titolo del documento (To. X, pag. CLIV), quanto nell'indice, dell'appendice II, che é in carattere da stampa diversa dal primo; il che dà l'errore allo autore, non al tipografo. Paolo IV, é noto, fu. papa dal 1555 al 1559: e la data 1550 é chiarissima nella Bolla, come il nome di Giulio, che fu il III di questo nome (1550-1555). Né l'errore é corretto innanzi, nella storia, perché i1 Tromby omette del tutto la presente conferma di Giulio III nel testo della sua cronaca, sia all'anno 1538, a pag. 130, che all'anno proprio 1550, a pag 210 e seg.
Aggiungo, appena fugevolnente, che il COUTEULX nota l'incertezza dell'Ughelli nel distinguere la badia di Montevergine, di Codossa e il monastero di S. Nicola. - V, i cit. Annales ord. cart. Vol. IV, p. 515.
Io ho creduto accorciare moltissimo il documento dato per intero dall'autore, perché contiene principalmente lo consuete formalità curiali, la rendita vera e i motivi dell'annessione; cose tutte dette nelle relative bolle precedenti.
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(158) Il Tutini, al suo solito modo laconico, registra l'incorporazione di S. Nicola al 1538, senza alcun particolare.
Il Granelli, come aveva fatto più innanzi per Brindisi (II, 300) e per Cadossa (II, 301-303), parla anche di S. Nicoló, a pag. 304; ma egli nulla aggiunge, che non sia noto.
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(159) La bolla di Gregorio è data nell'ultimo anno di pontificato, od é evidente l'anno qui assegnatole, giacché Pietro Rogen fu eletto papa col nome di Cregorio XI il 30 dicembre 1370, e morì nel 1378, a 49 anni.
- V. per questo papa nella Nouvelle encyclopédie thèologique; sezione Biographie chrètienne et anti-chrétienne ( Vo1. 3. Paris, 1851), Tomo II, pag. 406.
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(160) Franc. Sacco enumera le chiese principali ed i monasteri di Marsico
(II, 186): erano cinque parrocchie con la cattedrale, un monastero di monache benedettine, un convento di Cappuccini ed un altro di Conventuali. Costantino Gatta, a pag. 124, aggiunge, che i1 primo e l'ultimo cenobio erano stati edificati dai Sanseverini, a che in quello aveva vissuto vita penitente Agnese d'Aquino, sorella di S. Tommaso. Indi tosto soggiunge il Gatta, quel che qui può importare: < Ed eravi ancora un monastero de' PP. Celestini al presente (1732) deserto e abbandonato >.
I monaci della congregazione monastica dei Celestini erano eremiti istituiti con regola benedettina, nel secolo XIII, da Pietro da Morrone, i quali si dissero Celestini, dopo che il loro istitutore fu assunto al papato col nome di Celestino V. Era questo il monastero di S. Stefano, in Marsico, che la bolla dl Gregorio XI, dice sempre ordinis S. Benedicti, come dice, con le stesse parole, quello di S. Nicola di Padula? I citati autori tacciono dei Benedettini in Marsico.
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(161) Il Vescovo di Capaccio, indicato col solo nome nella bolla pontificia, è certo Tommaso I di Santomango, o S. Magno, arcidiacono di Salerno, alla morte del suo parente Filippo di Santomango eletto dal capitolo e confermato da Benedetto XII, nel 1340. Mori ne11382 in Salerno, è fu sepolto nella Cattedrale, con epitaffio riportato dal VOLPI nella Cronologia de' Vescovi pestani, a pag. 62.-Questi, a pag. 61, nota pure che Tommaso " a' 28 ottobre del... I377 confermò l'unione già fatta della cappella di S. Lucia alla chiesa parrocchiale di S. Pietro di Diano"(arch. di S. Pietro). Il nome Santomango poi non s'incontra qui ora per la prima volta dal lettore.
Tommaso di S. Magno, restituendo, nel 1362, alcune chiese all'abate della Trinità della Cava,. dichiara quali erano le chiese ed i monasteri posti nella diocesi di Capaccio appartenenti alla giurisdizione dal medesimo abate. Erano 29, delle quali 5 denominavansi da S. Nicola. La maggior parte erano nel Cilento; quelle site nella valle di Tegiano erano S. Pietro di Atena, S. Pietro di Polla, e dentro il castello di Polla la chiesa di S. Caterina, presso Diano la chiesa di S. Arsenio la Chiesa di S. Marzano la chiesa di S. Maria del Casale e la chiesa di S. Nicola. Questo quinto S. Nicola, a differenza dei primi quattro, non è contradistinto da alcun aggiunto. - V. Genn. SENATORE, La cappella di S. Maria sul monte della Stella. Doc. XXI, e XXXIX, e a pag, 308.
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(162) L'Inventarium bonorum stabilium, ecc., ms. in pergamena, compilato nella metà del secolo XVI, del quale codice si parlerà più oltre, a pag. 5. t. dice: <<Comprensorium magnum et tenimentum terrarum cultarum et incultarum in loco nominato S.Nicola...., inter quod quidem tenimentum est Monasterium S. Nicolai ordinis S. Benedicti >>.
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(163) Il ms. citato alla nota 156 seguita a dire, che non si trova verune menzione in ispecie dei fondi passati alla Certosa coll'acquisto di S. Nicola; ma dagl'istrumenti esistenti (allora) in archivio, da registri e riassunti si scorgeva, che varii beni, della badia trovansi sparsi nei comuni detti di sopra.
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(164) Potetti allora levar la pianta e mano libera e ritrarre il campanile cadente. Per tutto il resto ho aggiunto più tardi alcune fotografie, affinché si avesse sott'occhio quel, che può desiderarsi, di quanto è degno di memoria.
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(165)I1 prospetto generale esterno è stato preso dal lato orientale del casino dei sig. Sarli, a circa 200 metri dal monastero.
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(166) Propriamente è un gruppo. I1 santo è in mezzo a due angioletti, dei quali uno, in minori proporzioni, sostiene la mitra episcopale gemmata. L'altro é mutilo delle braccia. Anche S. Nicola, che vedesi vestito dei paramenti pontificali, manca del braccio sinistro e della mano destra.
I panneggiamenti delle figure principalmente rivelano il tipo della statuaria del tempo e la conchiglia ornante la conca della nicchia rivela l'architettura o meglio l'ornamentazione architettonica. L'una e gli altri fanno argomentare quel, che doveva essere 1o stucco di tutta la chiesa, fatto quando si abbondava in cartelle ed in altri fronzoli, popolando le superficie di angeli e di altre figure.
II muro dello nicchia mostra lo stato di tutta la parte scoverta.
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(167) In prova del detto intorno a questi marmi va noverata una lapide trovata presso il campanile.
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(168) L'inventario, citato alla nota 162, in continuazione del già riferito colà, aggiunge, che il monastero ha chiesa a campanile con campane, gran cortile davanti e molte case.
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.(169) Gli stipiti sono in più pietre, e nei pezzi superiori di essi sono scolpiti i modiglioni. L'architrave, già tutto d'un pezzo, vedesi ora rotto nel mezzo. La cornice superiore costa di quattro pezzi, due maggiori agli estremi, e due piccoli nel mezzo. La sagoma della cornice è evidente nella figura 13, in A: é semplicissima, come usava nello stile dell'epoca, e se mal non ricordo, ha l'ovolo liscio, non intagliato.
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(170) In Napoli primeggia sugli altri (compresi quelli della certosa di S. Martino) il coro di S. Pietro a Maiella, sul quale di recente ha scritto il prof. Gius. Ceci: Per la chiesa di S. Pietro a Maiella a Napoli; in Arte e Storia, anno XXVI (1907), pag. 113. L'autore propugna i necessari restauri, da molto tempo abbandonati, e discorrendo della chiesa e del monastero, in cui oggi trovasi il conservatorio di musica, e delle attinenze di essi e dei monaci Celestini con la storia politica, descrive particolarmente il mirabile coro.
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DOCUMENTI DEL LIBRO VI
 
 

1086 - NOVEMBRE

Ugo d'Avena, insieme con la moglie Emma e il loro figlio Ugo, dona a Pietro Pappacarbone, abate della Trinità di Cava dei Tirreni, tre monasteri, tra i quali quello di San Simone di Montesano.

 
XXXIII.
 
 

1538. - 13 Aprile
ROMA

Paolo III, ricevuta per risegnazione di Giovanni de Balsamo la badia benedettina di San Nicola di Padula, la concede, sotto dati oneri, alla Certosa di San Lorenzo.

 
XXXIV.
 
 

1538. - 12 NOVEMBRE.
ROMA

Paolo III con nuova bolla sana la surrezione, onde era stata ottenuta la bolla di concessione della badia di San Nicola, e ne conferma la proprietà alla Certosa di San Lorenzo.

 
XXXV.
 
 

1550. - 21 CIUGNO.
ROMA.

Giulio III conferma alla certosa di San Lorenzo l'unione del monastero di Santa Maria di Cadossa dell'ordine benedettino decretata da Leone X, e quella del monastero di San Nicola di Padula, dello stesso ordine, fatta da Paolo III

 
XXXVI.
 
 

1374. - 23 MARZO.
VILLANOVA ( AVIGNONE ).

Gregorio XI morto l'abate Stefano, trea abate del monastero di San Nicola di Padula Roberto de Grifo, monaco benedettino el monastero di Santo Stefano di Marsico, uomo commendato per virtù e per dottrina da Tommaso vescovo di Capaccio.

 


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